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Il sito di Santa Caterina

Le ricerche di cui qui si presentano i primi risultati, effettuate nell’ambito delle attività della Scuola di specializzazione in archeologia dell’Università degli Studi di Cagliari (docenti: G. Tanda e R. T. Melis) si sono articolate in varie fasi.
Si è analizzato dapprima il contesto ambientale e i processi geomorfologici che hanno interessato il sito di Santa Caterina reperendo la cartografia e bibliografia ad hoc.

CARTA GEOMORFOLOGICA Copyright© 2001 PROGETTO GILIA

L’area in esame, sulle sponde della laguna di Santa Gilla, consta di alluvioni fluviali e depositi palustri modellati dai processi di accumulo e di erosione (oggi alterati dalle profonde modificazioni indotte dall’azione dell’uomo) innescati dai corsi d’acqua e dallo specchio della laguna. I suoli su cui insiste il sito, pur presentando talvolta difficoltà di lavorazione, ben si prestano allo sfruttamento agricolo.
Si è inoltre proceduto, grazie ai permessi accordati dalla Soprintendeza archeologica, all’analisi (disegno, schedatura, confronti) dei reperti prenuragici (frammenti ceramici di vasi del Neolitico tardo e della prima età del Rame) rinvenuti in superficie dal sig. E. Cau dell’Associazione archeologica “Sextum” (nei cui locali sono attualmente custoditi i pezzi), in un’area vicina alla chiesa recante tracce di scavi clandestini. Si è inoltre ricostruito, consultando la bibliografia specialistica, il contesto insediativo antico, la fitta maglia dei siti contermini (spesso occupati in varie epoche), sfruttanti la piana agricola del Campidano in prossimità dello stagno.
 

CARTA DEI SITI (N. Sanna)

I nuovi dati, per quanto parziali e stratigraficamente fuori contesto, facilitano la ricostruzione delle sequenze storiche e delle strategie insediative. La laguna di Santa Gilla era frequentata da gruppi umani già dal Neolitico antico (VI –IV millennio a. C.), ma il sito di Santa Caterina è documentato a partire dagli inizi del III millennio, con le fasi dette Ozieri e sub-Ozieri. L’età del Rame prosegue con le culture di Filigosa e Abealzu, per lasciare spazio nell’età del Bronzo e del Ferro alla civiltà nuragica in località Tanca ‘e Linarbus, dove sono stati osservati fondi di capanne. In età fenicio-punica la laguna era un importante approdo per i cartaginesi, come dimostrano i reperti esposti nelle teche del Museo di Cagliari. Nei secoli della dominazione romana l’area di Santa Caterina era occupata da edifici anche di grandi dimensioni, ornati da mosaici, ed era interessata dal passaggio delle strade per Nora e per Sulci (S. Antioco) e dell’acquedotto che serviva Karales (Cagliari). Il villaggio di Simbilìa (o Semelìa) che comprendeva la chiesa sopravviverà fino al XV secolo d. C., per essere assorbito da El Mas o Su Masu, l’odierna Elmas.
 
Gli abitanti del sito di S. Caterina praticavano con ogni probabilità l’agricoltura e sicuramente (rinvenuti resti di pasto) la pesca dei mitili. Anche la caccia e l’allevamento devono aver avuto un ruolo nell’economia antica. I rischi di inondazione creati dalla vicinanza, per altri versi vantaggiosa, al rio Sestu furono forse scongiurati in età nuragica dalla soluzione di costruire le capanne (infossate nel suolo e pavimentate con lastre di pietra) sopra un rialzo del terreno. Ma la posizione sulle sponde della laguna apriva ben altre possibilità: i prenuragici, i nuragici, i cartaginesi e i romani misero in contatto la nostra isola con le altre grandi civiltà del Mediterraneo, e i ritrovamenti punici della vicina località di Su Mogoru dimostrano che tutta l’area, specie in età punica, aveva acquisito una forte valenza di “porta” da e per la Sardegna verso il mondo esterno. Solo ricerche più approfondite potranno colmare le lacune che persistono nel quadro che inizia a delinearsi É un patrimonio di conoscenza, di storia e di bellezza trascurato e minacciato. Ecco perché quella di S. Caterina è una storia da raccontare, una bellezza da salvare.
 
Dott. Nicola Sanna
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